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Letteratura Scientifica

La compresenza di ipertensione ed iperuricemia nel paziente anziano è molto frequente e, di conseguenza anche la polifarmacoterapia. Uno dei principali obiettivi del geriatra è quello di ottimizzare e , ove possibile, ridurre i farmaci assunti dall'anziano. In questi termini, l'utilizzo di farmaci con effetti pleiotropici, è da sempre considerata una possibile strategia per migliorare l'assetto terapeutico.
Questo studio pubblicato sul giornale BMC Cardiovascular disorder ha voluto confrontare e classificare diversi farmaci antipertensivi in base alla loro capacità di ridurre i livelli di acido urico nel sangue in pazienti con ipertensione associata ad iperuricemia. Sono stati inclusi 172 studi randomizzati e controllati per un totale di 16.226 pazienti ipertesi e iperuricemici, tutti condotti in Cina fino a settembre 2023. Sono stati confrontati diversi farmaci antipertensivi, sia in monoterapia sia in terapia combinata ed è stata infine effettuata una meta-analisi di rete (network meta-analysis) per confrontare direttamente e indirettamente i trattamenti e stabilire l’efficacia relativa dei farmaci.
Dall'analisi effettuata è emerso che i regimi più efficaci per ridurre l'uricemia sono
risultati Losartan + Amlodipina, Valsartan + Amlodipina, Irbesartan + amlodipina, Losartan ed Allisartan in monoterapia.
Tuttavia, lo studio non include dati da popolazioni al di fuori di quella cinese, quindi i risultati potrebbero non essere direttamente applicabili ad altri gruppi etnici o geografici. Inoltre, la durata dei trattamenti variava notevolmente (da 2 a 48 settimane), e non tutti i farmaci o combinazioni sono stati comparati in maniera uniforme.
In conclusione, tra i farmaci antipertensivi analizzati, specifiche combinazioni a base di sartani e amlodipina sembrano più efficaci nell’abbassare i livelli di acido urico nei pazienti cinesi con ipertensione e iperuricemia. Tuttavia, sono necessari studi più ampi e con partecipanti di diverse etnie per confermare questi risultati e valutarne l’efficacia clinica sul lungo periodo.
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martedì 3 febbraio 2026

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Il riscontro di disturbi comportamentali associati a deficit cognitivi è spesso il primo campanello d'allarme che fa giungere il paziente all'attenzione del medico.
Gli studi sulla patogenesi dei disturbi comportamentali nella demenza ne ribadiscono la complessa multifattorialità con contributi biologici, neurologici, neurochimici e ambientali.
Questo lavoro, di recente pubblicazione, esamina la relazione tra sintomi di discontrollo degli impulsi (come irritabilità, impulsività, aggressività o disinibizione) e la presenza di beta-amiloide cerebrale in persone con declino cognitivo soggettivo (SCD) e lieve compromissione cognitiva (MCI), condizioni considerate fasi prodromiche della malattia di Alzheimer.
Secondo gli Autori, i sintomi comportamentali legati al controllo degli impulsi non sono semplici manifestazioni psicologiche secondarie, ma risultano associati alla patologia amiloidea, marker biologico chiave dell’Alzheimer. In particolare, una maggiore gravità dei sintomi di discontrollo impulsivo sembra essere correlata a livelli più elevati di accumulo di beta-amiloide, anche in soggetti che non presentano ancora una demenza conclamata.
In particolare, lo studio suggerisce che:
• i sintomi neuropsichiatrici, e non solo i deficit cognitivi, possono essere indicatori precoci di neurodegenerazione;
• il discontrollo degli impulsi potrebbe rappresentare un segnale clinico precoce di rischio di Alzheimer;
• la valutazione sistematica dei sintomi comportamentali nei pazienti con SCD e MCI potrebbe migliorare l’identificazione precoce di soggetti con patologia cerebrale sottostante.
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martedì 3 febbraio 2026

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L’idrocefalo idiopatico normoteso è una condizione neurologica tipica degli anziani caratterizzata dalla triade: difficoltà nel camminare e nell’equilibrio, deterioramento cognitivo, problemi di con-trollo della minzione. La terapia standard è l’impianto di una derivazione (shunt) per drenare il li-quido cerebrospinale (CSF), che tuttavia presenta prove contrastanti relativamente alla completa ef-ficacia. In questo recentissimo studio randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo sono stati arruolati 99 pazienti, selezionati in base al miglioramento della velocità di cammino dopo una temporanea rimozione di CSF. In tale contesto, tutti i pazienti ricevevano un shunt regolabile, ma
solo nel gruppo attivo il dispositivo era impostato per drenare (pressione di apertura ~110 mm H₂O). Nel gruppo placebo la pressione era >400 mm H₂O, rendendo lo shunt “virtualmente spento”. Gli Autori si ponevano pertanto l'obiettivo di misurare il cambiamento della velocità del cammino dopo 3 mesi dall’intervento. I risultati più evidenti si sono palesati in termini di velocità del cammino ( nel gruppo attivo, la velocità di cammino è migliorata in modo significativo (~+0,23 m/s), mentre nel gruppo placebo non c’è stato un cambiamento apprezzabile (~+0,03 m/s) e nell'e-quilibrio (un miglioramento maggiore nel gruppo attivo misurato con il punteggio Tinetti). Non sono invece risultate differenze significative nelle Funzioni cognitive (misurate tramite il test MoCA) nè per quanto riguarda i sintomi urinari. Gli Autori concludono pertanto che in pazienti accuratamente selezionati (risposta positiva alla ri-mozione temporanea di CSF), lo shunting migliora significativamente la velocità di cammino e l’equilibrio a 3 mesi, mentre non sono stati dimostrati chiari benefici sulla cognitività o sui sintomi urinari in questo periodo di osservazione. È emerso anche come il profilo di sicurezza dell’inter-vento richieda un costante monitoraggio ed una gestione accurata del device per presenza di emor-ragie subdurali e cefalee da ipodrenaggio più comunemente verificatesi nel gruppo attivo.
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mercoledì 21 gennaio 2026

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Le statine rientrano tra i farmaci di maggiore utilizzo anche in età molto avanzata, nonostante le evidenze cliniche in termini di beneficio oltre gli 80 anni siano limitate. Questo studio analizza mo-dalità e motivazione dela prescrizione/sospesione delle statine negli ultraottantenni, utilizzando dati raccolti nella popolazione del Québec nell'arco di dieci anni. Gli Autori hanno riscontrato un'elevata percentuale di pazienti che assumeva cronicamente statine (circa la metà della popolazione in oggetto) e hanno constatato come, circa l’11% dei soggetti che non le assumeva, ha iniziato la terapia negli anni successivi. Di contro, tra chi le assumeva, circa il 22% ha interrotto il trattamento. Tra i fattori associati all’inizio della terapia vi erano età più bassa (80–84 anni), sesso maschile, pre-senza di diabete, ipertensione o malattie cardiovascolari ed un precedente uso di statine. L’inizio della terapia era meno frequente invece nei pazienti con malattia di Alzheimer. Tra i fattori associati alla sospensione vi erano invece un'età molto avanzata, la presenza di malattia di Alzheimer e disturbi psichiatrici, ricoveri ospedalieri frequenti. E' stato infine valutato come la sospensione fosse meno probabile nei pazienti con malattia cardio-vascolare nota. In base a quanto osservato, in mancanza di linee guida specifiche che orientino la pratica cli-nica, gli Autori affermano la necessità, in questa fascia di popolazione, di una valutazione indivi-duale del trattamento negli anziani molto fragili, tenendo in considerazione età, comorbidità e stato cognitivo.
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mercoledì 21 gennaio 2026

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È ormai oggetto di numerose ricerche l’associazione tra infiammazione e neurodegenerazione. Questo studio osservazionale trasversale analizza l'associazione tra i livelli circolanti di proteina C-reattiva (CRP), un noto marker di infiammazione e risposta immunitaria, e i biomarcatori centrali della malattia di Alzheimer (AD), inclusi deposito di beta-amiloide (Aβ), tau e neurode-generazione. Lo studio ha coinvolto 417 adulti anziani non affetti da demenza, suddivisi in due gruppi: soggetti cognitivamente normali (CN) e soggetti con lieve compromissione cognitiva (MCI), reclutati dal Korean Brain Aging Study for Early Diagnosis and Prediction of Alzheimer Disease (KBASE) tra il 2014 e il 2020. I risultati hanno mostrato associazioni non lineari tra i livelli di CRP e i biomarcatori A/T/N dell'AD con una relazione a forma di U tra i livelli di CRP e i depositi di Aβ e tau, ed una relazione a forma di U invertita tra infiammazione e neurodege-nerazione. In particolare, livelli di CRP inferiori a 0,63 mg/L sono stati associati a un aumento del deposito di Aβ, mentre livelli superiori a 2,15 mg/L sono stati correlati a una maggiore neu-rodegenerazione indipendente da Aβ. Lo studio suggerisce che i livelli di CRP circolanti potreb-bero essere collegati a meccanismi patofisiologici distinti della malattia di Alzheimer, dipen-denti dalla concentrazione di PCR. Livelli bassi di CRP (<0,63 mg/L) potrebbero essere asso-ciati a un accumulo di Aβ nel cervello, suggerendo che una carenza relativa di PCR potrebbe influire negativamente sulla clearance di Aβ attraverso meccanismi immunitari. Livelli elevati di CRP (>2,15 mg/L) potrebbero essere correlati a un processo di neurodegenerazione indipen-dente da Aβ, probabilmente legato a un'infiammazione sistemica persistente che contribuisce a danni neuronali e alterazioni della plasticità sinaptica. Questi risultati sottolineano la necessità di ulteriori studi per comprendere meglio il ruolo della CRP nella progressione dell'AD, ma an-che per cercare strategie terapeutiche che coinvolgano la regolazione dei mediatori dell’infiam-mazione in quanto coinvolti nel processo patologico.
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martedì 13 gennaio 2026

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La gestione dei disturbi comportamentali nelle persone affette da demenza è purtroppo spesso pro-blematica nella pratica clinica anche per l’assenza di farmaci autorizzati per il trattamento dei sin-tomi psicotici non ascrivibili alle patologie psichiatriche. Questo documento, pubblicato su CNS Drugs, analizza la sicurezza e la tollerabilità del brexpiprazolo, un antipsicotico atipico già appro-vato dall’FDA, per i pazienti con agitazione associata alla demenza dovuta alla malattia di Alzhei-mer. L'analisi si è basata su dati aggregati provenienti da tre studi clinici randomizzati di fase 3, della durata di 12 settimane multicentrici, in doppio cieco e controllati con placebo, condotti tra il 2013 e il 2022 in Europa, Russia, USA e Canada di cui uno esteso per ulteriori 12 settimane. I par-tecipanti, circa 1000 di età compresa tra i 55 ed i 90 anni, con una compromissione cognitiva mode-rata-severa, erano sottoposti a tratamento con brexipiprazolo ad un dosaggio variabile tra i 0.5 mg fino a 3 mg/die o placebo. Sono stati valutati, oltre all’efficacia dell’intervento, anche gli eventi av-versi emergenti dal trattamento (TEAE), cambiamenti di peso, suicidio, sintomi extrapiramidali e disfunzione cognitiva. Sono stati utilizzati strumenti come MMSE, CMAI e CGI-S per misurare la gravità dell'agitazione e la funzione cognitiva. L’analisi ha evidenziato che il brexpiprazolo, sommi-nistrato a dosi terapeutiche fino a 3 mg/giorno, è generalmente ben tollerato per un periodo fino a 24 settimane nei pazienti con agitazione associata alla demenza da Alzheimer. Gli eventi avversi comuni associati ad altri antipsicotici atipici, come eventi cerebrovascolari, cardiovascolari, trom-boembolismo venoso, sintomi extrapiramidali, sonnolenza, cadute, fratture, polmonite, insuffi-cienza renale acuta/infezioni del tratto urinario e declino cognitivo, sono stati riportati a livelli si-mili al placebo. Inoltre, non sono stati osservati peggioramenti significativi della funzione cogni-tiva, né un aumento del rischio di suicidio o di effetti extrapiramidali. I risultati supportano l'uso del brexpiprazolo come opzione terapeutica per il trattamento dell'agitazione associata alla demenza da Alzheimer, con un profilo di tollerabilità favorevole e un'efficacia dimostrata. Tuttavia, sono neces-sari ulteriori studi su campioni più ampi per indagare eventi avversi più rari.
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martedì 13 gennaio 2026

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Mentre gli studi relativi ad osteoporosi, fratture ed artrosi nella fascia di età tra i 65 ed i 75 anni sono copiosi, quelli relativi alla parte più anziana di popolazione, i cosiddetti “oldest-old” sono molto più limitati. Questo documento, frutto dell’attività scientifica dell’ESCEO, vuole valutare i dati relativi al trattamento dell'osteoporosi e dell’artrosi nella popolazione dei “grandi anziani", evidenziando le complessità e le sfide nella gestione di queste malattie, sempre più prevalenti ed invalidanti con l’avanzare dell’età.
Per quanto riguarda l’osteoporosi, dalle analisi considerate emerge che i farmaci anti-riassorbitivi, come l'alendronato, sono i più comunemente prescritti, anche se la loro efficacia negli ultraottantenni è poco studiata... Apri il Link

martedì 18 novembre 2025

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Da molti anni si parla ormai di un’interconnessione intestino-cervello ed il microbiota intestinale è ad oggi oggetto di numerose ricerche. Questa recente revisione sistematica della letteratura, comprendente 21 studi, esplora il legame tra microbiota intestinale e declino cognitivo, sottolineando come gli individui con Mild Cognitive Impairment (MCI) e demenza di Alzheimer (AD) mostrerebbero una ridotta diversità microbica e una minore abbondanza di batteri benefici che producono acidi grassi a catena corta (ad esempio, Faecalibacterium , Ruminococcaceae , Lachnospiraceae ), insieme a un aumento di batteri pro-infiammatori (ad esempio, Escherichia/Shigella , Enterobacteriaceae , Bacteroides).... Apri il Link

martedì 18 novembre 2025

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