Letteratura Scientifica
Il trauma cranico (TBI, Traumatic Brain Injury) è una condizione spesso associata ad un aumentato
rischio di demenza, mortalità e gravi esiti neurologici a lungo termine.
Tuttavia, i dati longitudinali su popolazioni comunitarie seguite per molti anni sono limitati. Questo
studio che utilizza dati del Framingham Heart Study, nota coorte prospettica pluridecennale
statunitense si è posto l’obiettivo di valutare se una storia di trauma cranico sia associata a maggiore
mortalità per tutte le cause e/o correlata a demenza. Sono stati raccolti dati anamnestici di
precedenti TBI (con perdita di coscienza) in oltre 10.000 pazienti sottoposti a follow up per circa 35
anni. È stata quindi aggiustata l’analisi statistica per età, sesso, fattori di rischio cardiovascolare ed
altre variabili confondenti.
Tra i risultati principali emerge che:
• una storia di TBI è risultata associata a un aumento del rischio di mortalità globale.
• Il rischio era più marcato nei soggetti con TBI più severo (es. con perdita di coscienza
prolungata).
• I soggetti con precedente TBI mostravano un maggiore rischio di morte associata a
demenza.
• L’associazione rimaneva significativa anche dopo aggiustamento per fattori confondenti.
I possibili meccanismi con cui sembra agire l’evento traumatico sono stati identificati nella
neurodegenerazione accelerata, nell’infiammazione cronica post-traumatica, nell’accumulo di
proteine patologiche (es. tau) e in una ridotta riserva cognitiva per cui il trauma cranico potrebbe
aumentare la vulnerabilità cerebrale favorendo un decorso più aggressivo della demenza e
contribuendo ad una fragilità sistemica generale.
Concludendo, lo studio rafforza l’idea che il TBI non sia solo un evento acuto, ma possa avere
conseguenze a lungo termine sulla sopravvivenza e sulla salute cognitiva
mercoledì 1 aprile 2026
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La depressione maggiore (MDD) è una patologia di frequente riscontro nell’anziano ed è spesso
associata a comorbidità somatiche (come malattie cardiovascolari, diabete, dolore cronico, disturbi
respiratori ecc.). La presenza di queste condizioni sicuramente peggiora la qualità della vita, riduce
il funzionamento quotidiano e rende più complessa la scelta del trattamento antidepressivo.
Tra le nuove molecole con azione antidepressiva la vortioxetina presenta un meccanismo d’azione
multimodale con azione su molteplici recettori serotoninergici e sulle concentrazioni di istamina,
acetilcolina, dopamina alla base del miglioramento dei sintomi cognitivi, anergia e rallentamento
psicomotorio con un buon profilo su funzionamento globale.
In questo studio post hoc si analizzano l’efficacia e la tollerabilità della vortioxetina in pazienti con
depressione maggiore e comorbidità fisiche, utilizzando dati real-world provenienti dallo studio
internazionale osservazionale prospettico RELIEVE study.
Sono stati Inclusi pazienti adulti con diagnosi di depressione maggiore che iniziavano trattamento
con vortioxetina mettendo a confronto pazienti con e senza comorbidità somatiche.
Sono stati valutati:
• Sintomi depressivi
• Funzionamento globale
• Funzionamento cognitivo
• Qualità di vita
• Sicurezza e tollerabilità
In base all’analisi effettuata nei pazienti con comorbidità somatiche sono emersi:
✔Riduzione significativa dei sintomi depressivi
✔Miglioramento del funzionamento globale e lavorativo
✔️ Benefici cognitivi
✔️ Miglioramento della qualità della vita
✔️ Buona tollerabilità, con basso tasso di interruzione per effetti avversi
I miglioramenti sono risultati simili a quelli osservati nei pazienti senza comorbidità somatiche,
suggerendo che la presenza di malattie fisiche non riduce l’efficacia del trattamento.
Gli Autori hanno pertanto potuto concludere come la vortioxetina si dimostri una opzione
terapeutica efficace e sicura anche in pazienti complessi con patologie fisiche concomitanti anche
nei pazienti con sintomi cognitivi e ridotta funzionalità, supportando l’uso della vortioxetina in
contesti di pratica clinica reale, non solo in trial controllati.
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mercoledì 1 aprile 2026
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Questo recente studio prospettico multicentrico ha valutato gli esiti a lungo termine nei pazienti sopravvissuti a COVID-19 critico ricoverati in terapia intensiva valutandone la funzionalità fisica, lo stato cognitivo, la salute mentale, qualità della vita e capacità lavorativa per tre anni dopo la dimissione. Sono stati arruolati quasi 500 pazienti ultrasessantenni con una persistenza al termine dello studio di quasi 200 pazienti, per drop out o exitus dei restanti 300 nel corso dei tre anni di follow up.
Gli Autori hanno indagato quali fossero le conseguenze funzionali, fisiche e psicologiche dell'infezione severa in questa coorte di pazienti.
I risultati mostrano che, nonostante un miglioramento progressivo nel tempo, una parte significativa dei pazienti presenta ancora limitazioni importanti a tre anni. In particolare, persistono affaticamento, riduzione della capacità fisica e difficoltà nello svolgimento delle attività quotidiane.
In particolare:
1. Persistenza di sintomi a lungo termine
Una quota significativa di pazienti presenta ancora limitazioni funzionali dopo 3 anni.
Molti riferiscono affaticamento cronico e ridotta capacità fisica.
2. Compromissione fisica
• Ridotta performance fisica rispetto alla popolazione generale.
• Alcuni pazienti mostrano disabilità persistente nelle attività quotidiane.
3. Salute mentale
• Presenza di sintomi di:
• Ansia
• Depressione
• Disturbo post-traumatico da stress (PTSD)
• Sebbene si osservi un miglioramento rispetto al primo anno, una parte dei pazienti continua a manifestare disturbi psicologici.
4. Funzione cognitiva
• In alcuni casi persistono difficoltà cognitive (memoria, attenzione, concentrazione).
5. Ritorno al lavoro
• Non tutti i pazienti riescono a tornare al livello lavorativo precedente.
• Alcuni necessitano di riduzione dell’orario o cambio di mansione.
In conclusione, il COVID-19 critico può determinare conseguenze molto prolungate nel tempo. Lo studio sottolinea quindi l’importanza di un follow-up a lungo termine e di programmi di riabilitazione con un team multidisciplinare per migliorare il recupero dei pazienti.
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martedì 3 marzo 2026
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Gli autori descrivono il caso di una paziente di 89 anni arrivata in Pronto soccorso per un quadro di emottisi ed insufficienza respiratoria. In anamnesi risultavano diabete mellito di tipo 2, fibrillazione atriale in trattamento con anticoagulanti orali, ipertensione arteriosa, insufficienza renale cronica al terzo stadio, linfangectasie intestinali, ipertiroidismo ed insufficienza cardiaca con ipertensione polmonare.
La paziente inizialmente inquadrata come affetta da polmonite infettiva, ha presentato nell'immediato post ricovero un gravissimo e rapido decadimento generale esitato in insufficienza multiorgano. Il riscontro di alterazioni polmonari bilaterali, l'incremento dei valori ematici di procalcitonina ed il progressivo instaurarsi di una condizione di shock ha fatto sì che venisse impostata una terapia volta al trattamento dello shock settico. Solo in un secondo momento si è avuto riscontro di elevati valori di p-ANCA e negatività degli esami colturali che hanno orientato la diagnosi verso una vasculite associata ad ANCA, una malattia autoimmune sistemica caratterizzata da infiammazione dei piccoli vasi sanguigni, il cui quadro clinico include coinvolgimento renale (glomerulonefrite rapidamente progressiva), polmonare (emorragia alveolare o insufficienza respiratoria) e progressivo deterioramento fino a insufficienza multiorgano. Purtroppo nonostante il trattamento intensivo con corticosteroidi ad alte dosi, immunosoppressori e supporto in terapia intensiva, la paziente è deceduta in dodicesima giornata a causa delle complicanze sistemiche.
Gli Autori sottolineano come il riconoscimento tardivo di questa vasculite evidenzi la necessità di considerare precocemente questa diagnosi nei processi acuti emorragici o con coinvolgimento multiorgano. Una terapia immunosoppressiva tempestiva, se adeguatamente bilanciata rispetto al rischio di infezione, può migliorare gli esiti clinici. Quando i risultati delle colture non sono disponibili, l’integrazione di biomarcatori di infezione, come la procalcitonina, può aiutare a guidare l’equilibrio tra il controllo dell’infezione e l’avvio tempestivo dell’immunosoppressione. In questo caso, inoltre, la disfunzione epatica e renale del paziente è stata considerata parte di una disfunzione multiorgano associata a sepsi, piuttosto che di una classica sindrome epatorenale. Tuttavia, una sepsi non controllata può impedire un trattamento appropriato della vasculite, sottolineando l’importanza della vigilanza e di un iter diagnostico completo nei pazienti ad alto rischio.
Grazie al contributo dei Colleghi si può quindi concludere come, nel paziente anziano e molto anziano, sia ancor più difficile la diagnosi di patologie acute più rare in un groviglio di cronicità e multimorbilità.
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martedì 3 marzo 2026
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La compresenza di ipertensione ed iperuricemia nel paziente anziano è molto frequente e, di conseguenza anche la polifarmacoterapia. Uno dei principali obiettivi del geriatra è quello di ottimizzare e , ove possibile, ridurre i farmaci assunti dall'anziano. In questi termini, l'utilizzo di farmaci con effetti pleiotropici, è da sempre considerata una possibile strategia per migliorare l'assetto terapeutico.
Questo studio pubblicato sul giornale BMC Cardiovascular disorder ha voluto confrontare e classificare diversi farmaci antipertensivi in base alla loro capacità di ridurre i livelli di acido urico nel sangue in pazienti con ipertensione associata ad iperuricemia. Sono stati inclusi 172 studi randomizzati e controllati per un totale di 16.226 pazienti ipertesi e iperuricemici, tutti condotti in Cina fino a settembre 2023. Sono stati confrontati diversi farmaci antipertensivi, sia in monoterapia sia in terapia combinata ed è stata infine effettuata una meta-analisi di rete (network meta-analysis) per confrontare direttamente e indirettamente i trattamenti e stabilire l’efficacia relativa dei farmaci.
Dall'analisi effettuata è emerso che i regimi più efficaci per ridurre l'uricemia sono
risultati Losartan + Amlodipina, Valsartan + Amlodipina, Irbesartan + amlodipina, Losartan ed Allisartan in monoterapia.
Tuttavia, lo studio non include dati da popolazioni al di fuori di quella cinese, quindi i risultati potrebbero non essere direttamente applicabili ad altri gruppi etnici o geografici. Inoltre, la durata dei trattamenti variava notevolmente (da 2 a 48 settimane), e non tutti i farmaci o combinazioni sono stati comparati in maniera uniforme.
In conclusione, tra i farmaci antipertensivi analizzati, specifiche combinazioni a base di sartani e amlodipina sembrano più efficaci nell’abbassare i livelli di acido urico nei pazienti cinesi con ipertensione e iperuricemia. Tuttavia, sono necessari studi più ampi e con partecipanti di diverse etnie per confermare questi risultati e valutarne l’efficacia clinica sul lungo periodo.
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martedì 3 febbraio 2026
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Il riscontro di disturbi comportamentali associati a deficit cognitivi è spesso il primo campanello d'allarme che fa giungere il paziente all'attenzione del medico.
Gli studi sulla patogenesi dei disturbi comportamentali nella demenza ne ribadiscono la complessa multifattorialità con contributi biologici, neurologici, neurochimici e ambientali.
Questo lavoro, di recente pubblicazione, esamina la relazione tra sintomi di discontrollo degli impulsi (come irritabilità, impulsività, aggressività o disinibizione) e la presenza di beta-amiloide cerebrale in persone con declino cognitivo soggettivo (SCD) e lieve compromissione cognitiva (MCI), condizioni considerate fasi prodromiche della malattia di Alzheimer.
Secondo gli Autori, i sintomi comportamentali legati al controllo degli impulsi non sono semplici manifestazioni psicologiche secondarie, ma risultano associati alla patologia amiloidea, marker biologico chiave dell’Alzheimer. In particolare, una maggiore gravità dei sintomi di discontrollo impulsivo sembra essere correlata a livelli più elevati di accumulo di beta-amiloide, anche in soggetti che non presentano ancora una demenza conclamata.
In particolare, lo studio suggerisce che:
• i sintomi neuropsichiatrici, e non solo i deficit cognitivi, possono essere indicatori precoci di neurodegenerazione;
• il discontrollo degli impulsi potrebbe rappresentare un segnale clinico precoce di rischio di Alzheimer;
• la valutazione sistematica dei sintomi comportamentali nei pazienti con SCD e MCI potrebbe migliorare l’identificazione precoce di soggetti con patologia cerebrale sottostante.
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martedì 3 febbraio 2026
| Letteratura Scientifica
L’idrocefalo idiopatico normoteso è una condizione neurologica tipica degli anziani caratterizzata dalla triade: difficoltà nel camminare e nell’equilibrio, deterioramento cognitivo, problemi di con-trollo della minzione. La terapia standard è l’impianto di una derivazione (shunt) per drenare il li-quido cerebrospinale (CSF), che tuttavia presenta prove contrastanti relativamente alla completa ef-ficacia. In questo recentissimo studio randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo sono stati arruolati 99 pazienti, selezionati in base al miglioramento della velocità di cammino dopo una temporanea rimozione di CSF. In tale contesto, tutti i pazienti ricevevano un shunt regolabile, ma
solo nel gruppo attivo il dispositivo era impostato per drenare (pressione di apertura ~110 mm H₂O). Nel gruppo placebo la pressione era >400 mm H₂O, rendendo lo shunt “virtualmente spento”. Gli Autori si ponevano pertanto l'obiettivo di misurare il cambiamento della velocità del cammino dopo 3 mesi dall’intervento. I risultati più evidenti si sono palesati in termini di velocità del cammino ( nel gruppo attivo, la velocità di cammino è migliorata in modo significativo (~+0,23 m/s), mentre nel gruppo placebo non c’è stato un cambiamento apprezzabile (~+0,03 m/s) e nell'e-quilibrio (un miglioramento maggiore nel gruppo attivo misurato con il punteggio Tinetti). Non sono invece risultate differenze significative nelle Funzioni cognitive (misurate tramite il test MoCA) nè per quanto riguarda i sintomi urinari. Gli Autori concludono pertanto che in pazienti accuratamente selezionati (risposta positiva alla ri-mozione temporanea di CSF), lo shunting migliora significativamente la velocità di cammino e l’equilibrio a 3 mesi, mentre non sono stati dimostrati chiari benefici sulla cognitività o sui sintomi urinari in questo periodo di osservazione. È emerso anche come il profilo di sicurezza dell’inter-vento richieda un costante monitoraggio ed una gestione accurata del device per presenza di emor-ragie subdurali e cefalee da ipodrenaggio più comunemente verificatesi nel gruppo attivo.
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mercoledì 21 gennaio 2026
| Letteratura Scientifica
Le statine rientrano tra i farmaci di maggiore utilizzo anche in età molto avanzata, nonostante le evidenze cliniche in termini di beneficio oltre gli 80 anni siano limitate. Questo studio analizza mo-dalità e motivazione dela prescrizione/sospesione delle statine negli ultraottantenni, utilizzando dati raccolti nella popolazione del Québec nell'arco di dieci anni. Gli Autori hanno riscontrato un'elevata percentuale di pazienti che assumeva cronicamente statine (circa la metà della popolazione in oggetto) e hanno constatato come, circa l’11% dei soggetti che non le assumeva, ha iniziato la terapia negli anni successivi. Di contro, tra chi le assumeva, circa il 22% ha interrotto il trattamento. Tra i fattori associati all’inizio della terapia vi erano età più bassa (80–84 anni), sesso maschile, pre-senza di diabete, ipertensione o malattie cardiovascolari ed un precedente uso di statine. L’inizio della terapia era meno frequente invece nei pazienti con malattia di Alzheimer. Tra i fattori associati alla sospensione vi erano invece un'età molto avanzata, la presenza di malattia di Alzheimer e disturbi psichiatrici, ricoveri ospedalieri frequenti. E' stato infine valutato come la sospensione fosse meno probabile nei pazienti con malattia cardio-vascolare nota. In base a quanto osservato, in mancanza di linee guida specifiche che orientino la pratica cli-nica, gli Autori affermano la necessità, in questa fascia di popolazione, di una valutazione indivi-duale del trattamento negli anziani molto fragili, tenendo in considerazione età, comorbidità e stato cognitivo.
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mercoledì 21 gennaio 2026
| Letteratura Scientifica
